1. La voce del dato n° 60

Questo è il numero 60 de La voce del dato, la newsletter di tropic srl.

Un’edizione che dà ricetto agli articoli che abbiamo pubblicato durante la settimana appena conclusa.

L’approfondimento di questa settimana, ospitato nel paragrafo n° 3, offre qualche appunto (utile?) per rispondere alla domanda: di chi è il pubblico televisivo?

 2. I link

3. Di chi è il pubblico (televisivo)?

“[…] purtroppo il suo pubblico è rimasto su un’altra rete […]”. È il giudizio di un conduttore italiano, reputato e di lungo corso, verso un altro conduttore italiano, anch’egli reputato anche se di corso meno lungo.

L’oggetto del giudizio (si suppone, il frammento visionato da chi scrive è molto breve): l’audience dei programmi condotti dal secondo, dopo il passaggio da una rete a un’altra.

Un difetto di audience, se mai ve ne fosse (anche qui: chi scrive non ha verificato), di recente addebitato anche a un altro noto conduttore italiano, anche lui protagonista di una molto nota transizione di rete.

Il caso, quello su cui verte il giudizio che apre questo paragrafo, è gustoso, e dà l’occasione per porsi una domanda non banale per chi si occupa di (audience e content) intelligence: di chi è il pubblico?

In un contesto dove l’offerta e la domanda di contenuti sono frammentate. Dove il contenuto, e la sua ricezione, manifestano una tensione pluri-attanziale: contenitore, format, protagonisti, rete, comunità di fan che interagiscono sui social, e via elencando. Tutti con i loro attributi. Tutti con le loro personalità semiotiche.

Un contesto non semplice da analizzare, di conseguenza, e che dovrebbe suggerire cautela nell’attribuire successi e insuccessi al fattore x anziché al fattore y. Almeno, non prima di aver analizzato nel dettaglio il contenuto, il contesto, e le ricezioni.

Un lavoro laboratoriale. Con molti compiti da svolgere. Tra questi, oggi, anche la verifica del fine tuning tra la comunicazione dei vari attori (il conversato owned) e la ricezione sui social dei contenuti televisivi (il conversato earned).

Ecco l’esempio.

Prendiamo alcune trasmissioni televisive condotte dal conduttore di cui sopra. Prendiamo il suo account Facebook, l’account Facebook del canale che ospita una delle trasmissioni, e prendiamo l’account Facebook della piattaforma che poi ospita le puntate.

Poi: selezioniamo solo i messaggi correlati al conduttore e alle trasmissioni. In un periodo compreso tra il settembre 2024 e qualche giorno fa.

Questo è il risultato.

Costituiti questi tre dataset, abbiamo calcolato la loro similarità semantica. Bassa.

In un momento successivo, abbiamo monitorato gli hashtags correlati alle trasmissioni, nello stesso periodo. E creato un nuovo dataset.

Abbiamo a quel punto misurato la similarità semantica tra i due dataset: quello dei messaggi owned e quello dei messaggi earned.

Il livello di similarità semantica tra i due è questa volta moderato. Una delle interpretazioni possibili: il focus comunicativo è sì differente, ma non completamente alieno.

Abbiamo poi identificato le emozioni prevalenti nei due dataset, e anche in questo caso effettuato poi la comparazione (con volumi “normalizzati”).

Il risultato: “gioia” occupa una porzione molto simile nei due dataset, owned e earned, in proporzione al totale delle emozioni identificate.

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